Sulla cima di Snøhetta




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Il monte Snøhetta

«La foresta di abeti verde-nera, carica di neve, montava su per i pendii.
Più in alto, si ergevano in bianco-grigio i monti rocciosi, con estesi piani di neve interrotti qua e là da scuri nasi di pietra emergenti, e con le creste svaporanti nell’aria.
Nevicava.
Tutto andava dileguando.
Quando si fermava, immobile per non sentire se stesso, il silenzio era assoluto e perfetto, una quiete ovattata, ignota, mai avvertita, senza riscontri possibili.
Non c’era un alito di vento che sfiorasse gli alberi, non un sussurro, non una voce d’uccello.
Castorp, appoggiato al bastone, la testa china su una spalla, ascoltava il silenzio primordiale; e la neve vi continuava a cadere, quieta, incessante, senza alcun rumore.
Dietro a colli rocciosi e imbiancati, trovò un pendio, poi un pianoro, poi un alto monte, i cui passi dalla soffice imbottitura gli parevano accessibili e invitanti.
Anzi, l’attrazione della montagna e dell’altezza, delle sempre nuove solitudini che gli si aprivano dinnanzi, era potente nel suo animo, e a rischio di far tardi si addentrò in quel deserto silenzioso.
Si fermò poi e guardò in giro, non c’era nulla da vedere, da nessuna parte, tranne singoli minuscoli fiocchi di neve che scendendo dal bianco superiore si posavano sul bianco del fondo, e il silenzio tutto intorno era enorme e nulladicente.
Mentre il suo sguardo si frangeva contro il vuoto abbagliante, sentì annunciarsi il cuore che batteva forte a causa della salita».

È Hans Castorp, giovane protagonista della Montagna incantata di Thomas Mann, a condurci nell’ascesa ad una cima, ad accompagnarci nel silenzio e nel biancore di una sommità innevata che per noi - oggi - è quella di Snøhetta; una delle più alte montagne norvegesi, il cui nome identifica anche il maggiore studio di architettura del paese nordico.

Scelto in realtà in modo piuttosto fortuito da Cetil Thorsen e Craig Dikers nel 1989 per una nuova esperienza professionale collettiva, questo sostantivo ormai noto, con la distintiva lettera O barrata, è sinonimo da oltre vent’anni di un metodo progettuale profondamente radicato nella lunga tradizione culturale scandinava, per cui l’architettura è intimamente legata alla gente, alla natura ed al clima.

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Snøhetta, Museo d’arte a Lillehammer, 1994

Dalla vetta della montagna che si staglia candida sul paesaggio nordico, di opera in opera Snøhetta apre uno sguardo ampio e profondo sul mondo, uno sguardo lanciato dalla sommità non certo per ambizioni gerarchiche ma per la volontà di conquistare un’ottica lunga e onnicomprensiva che, scevra di retaggi e preconcetti, si libri alta per comprendere innanzitutto la complessità del reale, e per costruire risposte specifiche e articolate per le istanze della contemporaneità.
Lo studio conta oggi oltre cento persone, provenienti da diciassette paesi e distribuite in due sedi: nell’ufficio principale ormai storico di Oslo e in quello di New York, riguardabile come un vero e proprio incubatore culturale per il costante rinnovamento del gruppo di lavoro. L’attività di Snøhetta è basata su di un approccio interdisciplinare e sperimentale; su di una filosofia democratica che anima interventi complessi e multiscalari, nei settori dell’architettura, del progetto paesaggistico e del design.
L’opera della firma norvegese si esplica infatti in molteplici tipologie d’intervento: grandi edifici per la cultura e la formazione, architetture per le istituzioni, musei, edifici per i trasporti, strutture specialistiche per lo sport, residenze, alberghi, ristoranti, piccoli spazi commerciali, luoghi sperimentali per l’arte e lo spettacolo, architetture e installazioni temporanee, piazze pubbliche, percorsi naturalistici, giardini privati.
Se giungessimo ad Oslo, nella sede di Snøhetta affacciata sul porto, comprenderemmo appieno i valori e le dinamiche di un metodo di lavoro agerarchico e partecipativo. Saremmo accolti a sedere attorno a lunghi tavoli dove dialogando si progetta collettivamente, vedremmo riunioni in corso in sale trasparenti, assisteremmo all’attività dei laboratori con utensili artigianali e macchine a controllo numerico per la modellazione di plastici e di mock up; attratti dal profumo del cibo entreremmo infine nell’open space della cucina per pranzare in un momento conviviale che è considerato parte integrante della giornata di lavoro.

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Un interno della sede di Snøhetta ad Oslo.

L’ascolto, la comunicazione, il rispetto delle proposte dei vari operatori dal committente al costruttore, influenzano fortemente i processi architettonici che Snøhetta promuove nel segno della valorizzazione delle culture locali, dell’impegno sociale, della tessitura di un legame stretto con il contesto ambientale. Opere come il Museo d’arte di Lillehammer (del 1994), il Museo della Pesca a Karmøy (del 1998), il Centro culturale di Sandvika (del 2003) e il Petter Dass Museum (del 2007) dimostrano l’impegno dello studio in programmi finalizzati alla valorizzazione delle culture e delle memorie locali, al sostegno e allo sviluppo dell’artigianato e dell’arte amatoriale, alla democratizzazione e al decentramento delle attività culturali anche nei luoghi remoti.

Accanto alla ricerca di un rapporto vero ed esplicito con i paesaggi  ambientali ed umani dei territori in cui si colloca, l’architettura di Snøhetta pratica un distintivo sincretismo di linguaggi: essa presenta a tratti i caratteri di un amichevole eclettismo monumentale, a tratti le figure elementari di un minimale concettualismo, altre volte le forme sinuose di una modernità liquida, e riesce a lanciare con efficacia messaggi sempre ugualmente riconoscibili, ricchi di contenuti intellettuali rivolti al mondo globalizzato.
Mantenendo ferma una ricerca insistita dell’accessibilità, una configurazione ponderata del palinsesto funzionale e distributivo ed una cura raffinata degli aspetti formali e materici dell’architettura, Snøhetta esprime così un’estetica delle forme dinamiche, declinata in numerose variazioni fatte addensamenti, rarefazioni, squarci, torsioni, profili angolati, dorsali oblique, volumi scatolari o superfici avvolgenti.
Tale pratica sincretica, che fonde e trasfonde materiali e linguaggi in un processo suscettibile di continue rigenerazioni e inclusioni, non discende in modo univoco da una teoria, ma metabolizza pensieri e approcci critici diversi, da quelli più spiccatamente finalizzati all’architettura di Bob Somol, Sarah Whiting e Christopher Alexander, a quelli mutuati da discipline tangenti o parallele come l’estetica e la land art.
Operando da sempre ad una scala globale, Snøhetta rinnova la tradizione scandinava di architetti dall’approccio pragmatico e internazionale quali Alvar Aalto, Jorn Utzon, Ralph Erskine e Sverre Fehn, consolidando uno stile di metodo, più che di linguaggio, emblematico per la sua capacità di tramutare l’architettura in efficace ambasciatrice di cultura che spesso va - mano nella mano - con programmi ed impegni sociali e politici di alto profilo.


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Snøhetta, Oslo Opera House, 2008

Significative in proposito sono opere come la Biblioteca di Alessandria d’Egitto, per la cui progettazione Snøhetta ha iniziato la sua attività nel 1989, o come il Memorial degli attentati terroristici dell’11 settembre a New York a cui lo studio sta lavorando in questo momento, o - ancora - come la Opera House di Oslo costruita
 tra il 2000 e il 2008. Quest’ultima realizzazione in particolare può essere assunta come paradigma di una filosofia di intervento chiara e pregnante.

Il processo progettuale del teatro, guidato in ogni sua fase dallo studio, è stato estremamente articolato; il cantiere ha visto avvicendarsi oltre 50 imprese, chiamate a realizzare un edificio di grandi dimensioni, particolarmente avanzato dal punto di vista tecnologico e carico di valenze culturali e simboliche, non solo per la città in cui sorge, ma anche per l’intera comunità nazionale norvegese.
Destinato ad accogliere l’attività dell’Opera e del Balletto di Norvegia, l’edifico è nato infatti come baricentro di un più ampio progetto di riqualificazione urbana del fronte mare di Oslo e sorge dalle acque del fiordo dove si affaccia la città interamente rivestito di marmo bianco di Carrara, come un tributo monumentale al grande valore assegnato dal Paese scandinavo alla cultura lirica e teatrale.
L’intento dei progettisti di ricreare un frammento di pack artico, una sorta di candido spezzone di banchisa arenato in prossimità della piccola penisola di Bjørvika – luogo di incontro storico per gli abitanti della capitale norvegese – ha dato vita ad un volume architettonico definito da una serie di piani inclinati per lo più praticabili come terrazze pubbliche rivolte verso la baia.
All’omogeneità della scorza lapidea di rivestimento esterno, una distesa marmorea continua, variata soltanto nel pattern diversificato di molteplici finiture superficiali, è affidato il trasferimento della suggestione di una bianca massa solida monolitica, una nuova celebrazione del paesaggio nordico - questa volta in un contesto marino - generata dalla intersezione di piani dalle giaciture ripetutamente variate, incidenti tra loro secondo spigoli sghembi, mai ortogonali, a formare una grande scogliera ghiacciata.

Tale mega-cristallo emerge dall’elemento liquido instaurando con esso un rapporto complesso; l’architettura si configura al contempo come un segnale paesaggistico distinguibile a grande distanza e come un elemento connettivo urbano che unisce la città all’acqua: il mare specchia la forma litica e la increspa di riflessi luminosi nelle giornate di sole; il marmo bianco sottilmente venato di grigio si pone in relazione di dualità oppositiva, cromatica e materica, con le cupe acque del fiordo.
Progettato da Snøhetta con una raffinata scelta di materiali ed una sicura definizione dei dettagli costruttivi, l’edificio esprime una monumentalità piana e coinvolgente, ottenuta espandendo la dimensione orizzontale piuttosto che lo sviluppo verticale dell’architettura; i concetti di accesso libero e di stimolo all’incontro e all’aggregazione della gente sono alla base della progettazione del grande piano inclinato lapideo, che dalla città consente l’ingresso diretto al foyer del teatro o il contatto con l’acqua, per poi salire, con diversi cambi di pendenza, fino ad una copertura-belvedere praticabile.


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Snøhetta, Ras Al Khaimah Gateway Project, in corso di realizzazione

Oggi il lavoro di Snøhetta continua…

…  e con atteggiamento quasi romantico accetta di misurarsi con le forze sublimi di una natura diversa, non più quella nordica ma quella assolata e torrida del deserto arabo di Dhahran e Ras Al Khaimah, e ancora una volta per due imponenti edifici dedicati alla cultura.

Ma per far questo è giunto il momento di salire nuovamente la montagna, di compiere il viaggio che i nostri architetti rinnovano ogni anno in questa stagione.

Lo faremo insieme.

Dietro di noi, in alto sulla cima di Snøhetta, lasceremo i percorso di ascesa verso i risultati passati, verso la materializzazione dei tanti programmi, lasceremo le storie culturali e architettoniche inquadrate e raccontate in coordinate formali che di opera in opera mutano e si rinnovano.
Davanti a noi solo il paesaggio ed il cielo della montagna, egualmente spogli, egualmente puri, egualmente bianchi; talmente bianchi da accecarci per un istante, disorientandoci, azzerando in noi ogni verità acquisita, ogni sicurezza, ogni retaggio, per riconsegnarci ad un nuovo progetto scevri e vitali, con la potente forza analitica e immaginativa che solo lo sguardo elevato, gettato dalla sommità, ci può assicurare.


di Davide Turrini